LA VITA DOPO

Benvenuti nel mio spazio, dove racconto il mio viaggio nella malattia,  non solo come esperienza, ma come punto di partenza per una nuova vita. Qui condividerò pensieri, esperienze e consigli per chiunque stia affrontando o abbia attraversato un percorso simile.

La mia storia

Ogni storia di malattia è unica, eppure siamo tutti uniti da un filo invisibile. Attraverso la mia esperienza voglio raccontare cosa significa nascere una seconda volta, provando a trovare la bellezza anche nei momenti più difficili.

Diciamo che il peggio è passato, ho sconfitto il cancro almeno per il momento. Eh si, perchè chi ha avuto un cancro ha in fondo al cuore, da qualche parte, sempre la paura  fottuta che il male ritorni.

Basta un mal di testa insistente, un dolore atipico alle ossa, all'intestino, o una  macchia scura sul corpo che la prima cosa che ti viene in mente è...   minchia mi ha trovato di nuovo, eppure mi ero nascosta bene,  ero tra quelli che hanno già dato e per  ben due volte. Poi il mal di testa scompare, la macchia non la vedi più e tutto torna tranquillo, almeno per un pò.

Ho sentito il bisogno di condividere questo importante pezzo di vita con chi vorrà leggere e chiacchierare con me. Lo faccio per me,  per tutti quelli che hanno vissuto questo dolore immenso, ma anche per tutti coloro che hanno dovuto condividere questa esperienza cercando di fare o di dire la cosa giusta e di lenire le sofferenze di chi attraversava  o sta attraversando questo inferno. E' una prova enorme per tutti coloro che a qualunque titolo si trovano coinvolti.

Comincio dalla fine... dalla mia  "vita dopo",  certo così svelo il finale ma d'altro canto se fosse andata diversamente ora non sarei qui a parlarne. Una affermazione forse un pò cinica ma purtroppo è la realtà

Diana

 

15 GIUGNO 2026

" o resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro senza chiederti come mai.

 Continuerai a farti scegliere, o finalmente sceglierai."

Oggi ascoltavo questa canzone di  De Andrè e mi sono soffermata su queto pensiero così forte e profondo, su queste parole così esatte, così efficaci, usate con dovizia ed attenzione. Come solo lui sapeva fare.

Domani tornerò al Sant'Andrea per uno dei controlli che ormai scandiscono la mia nuova vita. Sono passati quasi otto mesi da quell'intervento del 28 ottobre 2025. Otto mesi che, a volte, mi sembrano un'eternità. Altre volte, invece, un solo battito di ciglia.

Guardandomi oggi  posso dire di stare meglio. Molto meglio.  Certo, ci sono ancora alcune cose da sistemare, piccoli dettagli che qualcuno definirebbe semplicemente estetici. E forse lo sono davvero. Ma per me significano molto di più perché non riguardano la perfezione o la bellezza. Riguardano la normalità. Questa parola mi accompagna da mesi.

Normalità.

La rincorro, la sogno, la immagino.

Per tanto tempo ho vissuto in un corpo che non riconoscevo più, in una mente occupata dalla paura, in una realtà sospesa dove ogni giorno sembrava lontano anni luce dalla vita che conoscevo.

Ora desidero soltanto tornare a sentirmi normale, voglio abitare di nuovo il mio corpo senza diffidenza, voglio muovermi senza chiedermi quale sarà il prezzo da pagare dopo, svegliarmi senza dolore, senza tremori, senza il caldo improvviso che mi assale, senza quella paura che ti schiaccia il petto, senza la nebbia che a volte ancora avvolge la mia mente, che assopisce i miei sensi, non mi fa sentire i profumi, non mi fa gustare i sapori.

Voglio una mente leggera, libera dai mostri che la malattia ha lasciato dietro di sé.

Voglio dormire una notte intera senza essere trascinata negli incubi. Ho smesso di prendere il Tavor da quasi un mese, e ne sono molto orgogliosa. Ora quando vado a letto chiudo gli occhi e piano piano  il sonno arriva. Non sempre perfetto. Non sempre facile. Ma arriva.

Sto facendo un percorso di analisi che spesso mi svuota e mi stanca profondamente, ma libera la mia mente e piano piano alleggerisce anche il corpo. Mi sento più forte. Più presente, Più viva. Più vicina a quella normalità che per mesi mi è sembrata irraggiungibile.

Certo, non ho la resistenza di prima. Sono ancora fragile. Devo scegliere bene come usare le mie energie. Ma sto imparando che rispettare i propri limiti non significa arrendersi, significa avere cura di sé. E questo è uno degli insegnamenti più preziosi che la malattia mi ha lasciato.

Forse non tornerò mai quella di prima, ma credo che vada bene così. Quando parlo di recupero, infatti, penso soprattutto al corpo. Vorrei ritrovare tutta la forza che avevo, l'autonomia, l'energia. La libertà di vivere senza dover sempre misurare ogni passo.

Ma per il resto... Per il resto non ho alcuna intenzione di tornare indietro, perché io non sono più la donna che ero. Ho attraversato la malattia, la paura della morte, il dolore la fatica, l'impotenza. E nessuno attraversa tutto questo senza cambiare. Nessuno.

La malattia mi ha lasciato segni e cicatrici sul corpo certo, ma quelle più profonde sono invisibili. Sono nell'anima,  nella mente, nel modo in cui guardo il mondo, in cui guardo me stessa. E non voglio cancellarle, non certo perché ami ricordare la sofferenza, ma perché fanno parte della mia storia e perché negarle significherebbe negare una parte di me. La verità è che nulla è come prima. E non  credo nemmeno sia giusto  e normale che torni ad esserlo.

Quando ti trovi davanti alla concreta possibilità di morire, qualcosa dentro di te cambia per sempre. Non è una frase fatta, non è retorica. È una verità che si imprime nelle ossa.

Quando capisci che il tempo potrebbe finire davvero, che potresti non avere più occasioni per baciare tuo figlio, per fare l'amore con la persona che ami, per ridere con gli amici, per mangiare una carbonara o semplicemente per guardare il mare... allora tutto cambia.

Improvvisamente la vita smette di essere un concetto astratto. Le priorità si ribaltano, le certezze vacillano, i punti fermi si spostano. È come se qualcuno avesse preso tutti i pezzi della tua esistenza e li avesse rimescolati da capo. E quando li rimetti insieme, il disegno è completamente diverso.

Per la prima volta, o forse semplicemente di nuovo, torni a metterti al centro della tua vita.

Ti guardi con occhi nuovi, più sinceri, più benevoli. Ti accorgi di quante volte hai tradito te stessa, di quante parole hai tenuto dentro, di quante scelte hai rimandato, di quanto tempo hai dedicato a cose che credevi fondamentali e che oggi ti sembrano improvvisamente insignificanti o quanto meno non così indispensabili.

La malattia è terribile, si impossessa del tuo corpo, ma soprattutto conquista la mente. Ti consuma, ti spegne, ti sfinisce. Ci sono giorni in cui sei stanca di essere forte, stanca di combattere ma poi combattere quale guerra… una guerra iniqua dove tu sei solo prigioniero e non hai armi per difenderti.

Sei stanca di sentirti dire che ....andrà tutto bene, ma che cazzo ne sapete voi che andrà tutto bene, nessuno lo sa. A volte basta solo un abbraccio, lungo, silenzioso e tu ti senti già meglio. Le parole non servono, a volte anzi possono essere molto dolorose.

Tu puoi solo curarti,  avere pazienza e resistere, ma dentro di te sai anche che l'ultima parola non sarà mai la tua. Ed è questa la parte più difficile. Accettare di non avere il controllo.

Poi però, a volte, accade. Se per puro culo, per la bravura dei medici, per la scienza, per la fortuna, insomma per una misteriosa e complessa combinazione… riesci ad uscire viva da tutto questo, beh  allora è tutta un'altra storia.  Tutto cambia, tutto ti appare sotto una luce diversa. Torni di nuovo ad impossessarti della tua vita, sei di nuovo tu a dettare le regole, tu a scegliere come vivere.  A questo punto tutto assume un significato nuovo e la malattia, una volta superata, diventa addirittura una nuova opportunità. Puoi ricominciare e puoi farlo a modo tuo, senza limiti, senza remore, senza condizionamenti.

La vita torna a essere tua, non perché la paura sparisca, non perché diventi tutto semplice, o perchè diventi immortale,  ma perché capisci  che torni ad avere del tempo a disposizione.

Hai guardato la morte negli occhi e sei ancora qui. E questa consapevolezza ha qualcosa di profondamente liberatorio.  Ti rende più forte, più libera, puoi di smettere di sopravvivere e ricominciare a vivere.  E’ come se il destino  ti avesse offerto una seconda opportunità. Smetti di pensare a quanto tu sia stata sfortunata, di chiederti perché sia successo proprio a te…  quella deriva vittimistica che tutti attraversiamo quando stiamo male e che serve solo a commiserarci e a paralizzarci, ma certo non aiuta.  Se invece inizi a guardare avanti anzi meglio, a guardare dentro di te, ti rendi conto che puoi ricominciare e che puoi scegliere di vivere ancora. E soprattutto puoi  di nuovo scegliere come vivere.

E paradossalmente ti senti persino privilegiata perché hai avuto la possibilità di vedere la tua vita da una prospettiva che pochi scelgono volontariamente. Non voglio dire con questo che ammalarsi è una fortuna... capita e basta.  E allora tanto vale volgere tutto a tuo favore.

Puoi decidere tu cosa portare con te e cosa lasciare andare. Puoi trasformare il dolore in esperienza. La paura in consapevolezza. La rabbia in desiderio di vivere.

Non so se tutto questo  sia vero,  però so che è stato il solo modo che io ho trovato per dare un senso a tutto quello che mi è accaduto. Un modo per evitare di impazzire.

Ci vuole pazienza, coraggio. Ma passo dopo passo qualcosa cambia davvero. Il cuore diventa più leggero. Il respiro più profondo. E, nonostante tutto, ricominci a vivere.

Forse non tornerò mai quella di prima. Ma posso avvicinarmi alla persona che desidero essere oggi. E la differenza è enorme.

Non voglio confrontare la donna che ero con quella che sono diventata. Sarebbe un esercizio inutile e addirittura dannoso, perché giorno dopo giorno ti accorgi che non puoi più vivere come prima.

E forse è proprio questo il regalo più inatteso dell’essere sopravvissuti: Non continuare ad attendere che qualcuno o che il destino…  scelga per te. Ma imparare finalmente a  scegliere.

Grazie, Faber. ❤️